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domenica, 20 luglio 2008 ♥ 23:46


.io amo hellen van meene.

C’è qualcosa di vagamente morboso nell’adolescenza, nella malleabilità di un corpo che va formandosi poco a poco.
Sembianze in divenire per giovani mutanti, persi e sparsi nel punto di non ritorno, a procacciarsi generi e ruoli sociali.
Del resto il signor Freud l’aveva detto, qualunque artista per mantenersi tale deve conservare una condizione di eterna pubertà, rarissima dote da salvaguardare con il gioco. Gioco inteso nella sua accezione più vasta, come psicodinamismo attivo, dove la mente è attenta e intenta all’esplorazione del sé, vagliando modelli diversificati.
L’esplorazione è tuttavia un processo difficile, talvolta incontrollabile e inaccettabile, dal quale gli adolescenti il più delle volte non escono vincenti.
Ci paiono goffi e intimiditi, o nascosti dietro fragili maschere di sicurezza sempre lì per sgretolarsi.
Sta proprio qui la fascinazione che esercitano, spesso inconsapevolmente, quella sensazione di intima precarietà, di disagio che riempie gli sguardi di aria e li rende gonfi, impacciati. Irrimediabilmente quasi adatti. Sarà per questo che da sempre l’adolescente è stato al centro dell’interesse degli artisti, in particolare quando parliamo di fotografia.
Hellen Van Meene è una pseudo adolescente olandese (classe 1972), formatsi all’ Accademia di Amsterdam e vincitrice del prestigioso Charlotte Kohler Prize per la fotografia. Le sue immagini raffigurano adolescenti disarmoniche, incappucciate nei giacconi, con la testa sospesa sul lavandino, incastrate tra i cuscini di un divano o abbandonate nell’atto di asciugarsi i capelli in un bagno pubblico.
Fanciulle in fiore languide ed esangui, botticelliane addirittura per il pallore e le pose lascive ma in un’ottica disturbata dal crudo realismo.
La luce è carica, piena. I colori sono densi, accesi, mai violenti.
Lo strumento fotografico sa essere spietato ed Hellen ne è consapevole quando usa e abusa gli stereotipi della ritrattistica classica per mettere in evidenza le contraddizioni delle Alici teenager degli Anni Novanta : volti romantici e pose iconografiche a mostrare nudità e sensualità appena accennate distrutte subito dalla durezza dei volti, dalla mascolinità, dalla austerità impietrita dello sguardo.
Contrasti continui fra i corpi ancora infantili e le pose adulte da femme fatali malriuscite perché le forme sono talmente inadeguate che nemmeno gli abiti riescono a contenerle, a renderle più umane, a nascondere la mostruosità del fisico che cambia in maniera incontrollabile.
Non finte educande sexy ma ragazze disangelicate, abbruttite dalla stessa fotografia , capace di cogliere dettagli decadenti che disturbano subito l’occhio.
In questo modo la Van Meene destruttura le forme tipiche di bellezza e le rovescia abilmente producendo canoni di un estetismo completamente nuovo, inusuale.


 

 

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sabato, 14 giugno 2008 ♥ 00:30


*

Ho sognato che ti rasavo il cranio signor Album Leaf.

Ti rasavo il cranio e tu, su quella sedia spigolosa stavi immobile.

Inerme. Fisso come una pozzanghera.

...

E io cantavo signor Album Leaf e non mi vergognavo della mia voce.

( Neanche per un istante )

.


 

 

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lunedì, 02 giugno 2008 ♥ 21:17


Sono al buio. Guardo nel vuoto da un bel po’.

Le mie piccole ossa sparse su un letto che non riconosco.

 Dormire è così innaturale per me.

Regalo nomi alle ombre.

 

                      


 

 

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martedì, 06 maggio 2008 ♥ 23:44



(tu)

tu, che le lacrime te le sei tatuate sulle dita.
tu, che stai in difesa.
tu, che hai uno sguardo timido e gli occhi ti brillano (quando li riabbassi sotto il tavolino per sfuggire i miei).
tu, che sei sfuggente, almeno quanto me.
tu, che sai scavare a fondo e studi le mie espressioni.
tu, preciso e sottile come un taglio.


(io)

io, che i brillantini me li attacco sulle palpebre.
io, che rido rumorosamente.
io, che so gestire ogni situazione (almeno così pare).
io, che mi ubriaco e mi addormento sui tavoli.
io, che un po' di tempo fa, ho capito che ero stufa di nascondere la mia dolcezza solo perchè mi sentivo debole.
(io che sto in attacco, voglio ogni tanto entrare in difesa).


( tu e io)

sui gradini di marmo freddo al terzo piano, in ore che sembravano nanosecondi a raccontarci segreti anche stando in silenzio.


 

 

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lunedì, 07 aprile 2008 ♥ 16:28


Mi piacerebbe essere solo una meravigliosa foto che qualcuno ha infilato dentro a un libro.

Ma io sono fatta di carne cuore mio.
Alla gente non basta essere amata e amare altrettanto.
La gente desidera essere sconvolta.
La gente, me compresa, desidera essere sconvolta.
.
La solitudine la sento nelle dita.
Quando le annuso e sanno di me soltanto.



 

 

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venerdì, 28 marzo 2008 ♥ 22:57


Se mi stacco da te, mi strappo tutto:
ma il mio meglio (o il mio peggio)
ti rimane attaccato, appiccicoso, come un miele, una colla, un olio denso:
ritorno in me, quando ritorno in te: (e mi ritrovo i pollici e i polmoni): 

vivo ancora per te, se vivo ancora.

(Edoardo Sanguineti)

 

 

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sabato, 15 marzo 2008 ♥ 19:13


*

Ti ho visto nasconderti. Affogare il viso sul lenzuolo. Ti ho chiesto se può esistere la persona giusta. Ti ho chiesto se esiste la metà esatta della mela. “ Sì”- mi hai risposto. E dopo una breve pausa hai aggiunto: “Non se sei una noce”.

Anche provandoci non saprei contraddirti.


 

 

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sabato, 23 febbraio 2008 ♥ 11:43


.io amo Diane Arbus.

*

La Arbus rappresenta senza dubbio una delle artiste più importanti del XX secolo, sfidando le abitudini, le convenzioni per arrivare in un non-luogo dove il bello e il brutto non esistono ma sembrano avvinghiarsi senza contegno, amarsi profondamente, fino a scambiarsi i rispettivi ruoli. Anima tormentata e schiva, Diane mette in atto una poetica spettacolare dove la fotografia diventa atto globale, integratore delle limitate capacità umane e mezzo indiscusso di relazione con il mondo esterno. Un mondo esterno che la Arbus sembra detestare eppure dal quale resta inevitabilmente affascinata, incantata, talvolta posseduta in uno stato di morbosa curiosità, necessità di guardare quasi la retina potesse nutrire il bulbo, quasi dall'occhio ci si potesse nutrire.

Innocente vittima e carnefice insieme, Diane comicia ad osservare tutto, compresa sè stessa, come da lontano. La vista è vitrea di lente e il cuore è niente più di una tichettante riproduzione meccanica. La macchina è fredda, dura e Diane è la macchina. Inarrivabile nel produrre il distacco da una realtà spaventosa e seducente nel suo scioccante, terribile impatto. Alienata e alienante, comunque impenetrabile, la Arbus ama ritrarre soggetti in qualche modo inquietanti, dalle famosissime gemelle, agli anziani nudi in poltrona fino al bambino-manichino con le granate in mano al Central Park. La scelta dei suoi soggetti, guidata da quello che il senso comune considera puro senso dell'orrido, le fa guadagnare in breve il nominativo di "fotografa dei mostri". Ma la Arbus non è più indifesa, non più fragile, non più vulnerabile quando il suo sguardo è incollato al visore. Quello che in molti non capirono e che tuttora tanti non colgono è che le atmosfere che crea, per quanto impressionanti non sono artificiali ma sono solo spaccati di realtà, di un America che finalmente ci appare così come è, non compiaciuta in sorrisi e morbidezze ma disturbata in quelle sue rigidità spigolose, contratte.

In qualche modo drammatica e commevente è la poetica della fotografa suicida, in bianchi e neri ipnotici di infinita poesia, una poesia che non dà spazio a stupidi convenevoli, una poesia dove la verità non può essere scontata.

 Diane Arbus -Child with a Toy Hand Grenade in Central Park,
New York City 1962


 

 

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sabato, 23 febbraio 2008 ♥ 11:31


.io amo sylvia plath.

*

Il sangue arriva sempre. Così il dolore. Le gambe pesano. Il cuore, la testa, pesano.

Ci sono ragni dalle zampe pelose e ispide, donne cannibali dalle chiome infernali.

C’è una donna fragile che un giorno decide di infilare la testa nel forno.

 

 

Troppo, il tempo passato a vivere con un pezzo di vetro fra le mani.

Troppa la repulsione nei confronti di un corpo sentito come ingombrante, inutile involucro.

Troppi gli incubi dove le braccia si staccano.

 

 

E’ una Hollywood senza finestre quella della Plath, dove le parole sono fili elettrici pericolosi.

Fa paura. Fa paura toccare un dolore così profondo, quasi primigenio.

Come se per morire, servisse la vocazione.

 

 

La immagino così, con una preghiera appena sulle labbra, quella di essere un’altra,

quello di essere semplice. Almeno una volta. Desiderio ancor più forte perché irrealizzabile.

Quasi un’abitudine, la fine.  Quasi non fosse possibile sorridere.

Solo provandoci la bocca si spaccherebbe per l’insolito movimento.

 

 

Non è nemmeno la morte, la sua, fatta di inutili polemiche e fraintendimenti ad offuscare la bellezza infinita delle poesie che ha scritto. Tra le pagine una Sylvia d’una estrema intelligenza, bella e nervosa, ambiziosa e affascinante in una continua e sanguinosa guerra coi propri demoni.

Incredibilmente lucida, anche nel momento in cui cerca di essere Dio senza riuscirci


 

 

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giovedì, 21 febbraio 2008 ♥ 15:10


E poi la fine.

Ciononostante sono felice, lo giuro.

Ho capito che l'unica felicità al mondo sta nell'osservare.

Nel non essere altro che un grande occhio vitreo, leggermente inniettato di sangue.

La felicità è questa, lo giuro.

.Vladimir Nabokov.


 

 

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